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venerdì 5 giugno 2015

Tortine al nettare di mirtilli con bacche di goji: profumo di avventura

I mirtilli hanno per me odore e sapore di vacanza, vita all'aria aperta e famiglia. Da piccola trascorrevo ogni vacanza in Valsassina con mamma, papà e sorella. Eravamo dei veri montanari degli anni '90: calzettoni di spugna, magliette della Yomo, cappellini dell'oratorio, scarponi tramandati di madre in figlia, di zia in nipote, di cugina in cugina, di sorella in sorella e via così.
Camminavamo anche tutto il giorno, pasteggiavamo a polenta e stufati negli alpeggi, prendevamo acquazzoni, senza stress né inutili preoccupazioni (mai preso un raffreddore). Sapevo riconoscere le piante di ortiche, more, lamponi e mirtilli, sapevo che le fragoline che guardano all'insù non son buone da mangiare. La sera costruivamo e decoravamo fionde con i rami trovati sul sentiero, in inverno mettevamo bucce di mandarini sulla stufa.

Chissà se queste cose si fanno ancora negli anni 2000? 

Tortine vegan al nettare di mirtilli con bacche di goji

giovedì 7 maggio 2015

Salame di carruba... con il trucco

Ho ricordi piacevoli legati a questo dolce, ovviamente nella versione classica con biscotti secchi, cioccolato, zucchero, burro, burro, burro, e trallallà. Il salame di cioccolato, o salame dolce, era il preferito della mia migliore amica, compagna di furbate dei tempi delle elementari. Ricordo che sua mamma lo preparava spessissimo, in ogni stagione e per ogni occasione: per il veglione di Capodanno, dopo il pranzo della domenica, per il compleanno della sua bambina in agosto -sprezzante del caldo porco- , tutti gli anni per la festa dell'oratorio... Il dolce delle feste comandate.

Noi non l'abbiamo mai preparato a casa nostra, non lo mangio da almeno 15 anni e non riesco nemmeno a ricordare se mi piacesse davvero, o se semplicemente mi limitavo a mangiarne una fetta giusto perché, sotto mentite spoglie burrose, conservava ancora un po' di aroma di cioccolato - da sempre la mia malattia.

Davvero, non cosa ci si può trovare di allettante in un salsicciotto unto e bisunto al sapore di burro freddo di frigorifero, mattonella tanto agli occhi quanto al palato, allo stomaco e fermiamoci qui, vah...!

Innegabilmente però rappresenta un must delle feste di compleanno degli anni '80 e '90, forse anche prima. Oggi, per fortuna, abbiamo voltato pagina. Non è più chictrendy, è retro, non fa appetizing ed è tutto tranne che light. Per una volta, il linguaggio pretenzioso dei cooking shows viene in mio soccorso. 


Bene: dopo aver demolito il mito di tutti gli ex bambini d'Italia, ecco che ve lo propongo qui, in un blog di cucina naturale...ma badate che c'è il barbatrucco - anzi, i trucchi.

Innanzitutto, al posto del cacao ho usato la carruba, un ingrediente abbastanza nuovo per me, che ho amato da subito. Non è che non usi il cacao in assoluto, ma trattandosi si un prodotto estremamente stimolante, oltre ad essere un frutto tropicale, mi ha portato alla scelta di limitarne l'uso a occasioni eccezionalissime. La carruba lo sostituisce nelle stesse dosi, ha lo stesso colore e ne ricorda un po' il sapore, tranne che è meno amara e più dolce. Mi piace da impazzire come bevanda, nel cappuccino di soia.

Inoltre, niente biscotto per questo salamotto! Ho pensato che la caratteristica del salame è quella di essere sempre umido, perciò è inutile andare a cercare a tutti i costi ingredienti secchi per poi doverli bagnare con un sacco di olio e dolcificante... Mi occorre quindi un ingrediente che mantenga la sua umidità senza essere pieno di grassi... Lampadina: il pane di segale!! Mi sembra quasi impossibile che nessuno ci abbia mai pensato prima, è assolutamente perfetto per questo tipo di ricetta! Senza contare che il sapore lievemente acidulo smorza il dolce del malto.

Ovviamente non ho usato lo zucchero

Non so se questa versione del salame di carruba diventerà un must delle mie feste comandate, ma di certo per me è una scoperta epocale!!! Vai di salame!!!



Salame di carruba
con pane di segale

50 g di nocciole tostate
100 g di malto di riso
3 C di carruba in polvere
un pizzico di sale
un pizzico di vaniglia bourbon
2 C di succo di mela (facoltativo)

La preparazione è velocissima, basta solo conservarlo almeno un'oretta in frigorifero per fargli prendere bene la forma e compattarsi.
Frullare il pane di segale al mixer insieme a metà delle nocciole, il più finemente possibile. Aggiungere nel boccale la carruba setacciata, il sale e riprendere a frullare, In ultimo, il malto di riso. Se non si forma una "palla" perché è troppo asciutto, allora aggiungere uno-due cucchiai di succo di mela o anche acqua. Per me è già abbastanza dolce così, senza l'aggiunta di altro malto. 
Mescolare il tutto con le nocciole rimaste, tritate grossolanamente.

Versare tutto su un piano di lavoro e  fare la forma del salsicciotto, avvolgere ben stretto nella pellicola e lasciare in frigorifero per almeno un'ora prima di tagliare a fette.
 Servire a temperatura ambiente.






lunedì 6 aprile 2015

Please, don't call it "vegan Pastiera"!

Eccoci: dopo tanti dire e fare per la sacrosanta salute della famiglia, vi propongo una bomba di questo calibro! Per di più, imitazione di un'originale difficilmente -inutilmente- imitabile. Parliamo di pastiera, ovviamente.

Non amo trasformare in versione vegan ciò che nasce come espressione della tradizione di un certo popolo in un certo contesto storico-sociale. E neppure mi piace il neologismo abusatissimo "veganizzare". Tuttavia, quando cucino i dolci non li faccio quasi mai per me. Penso agli altri e a cosa potrebbe far loro piacere, penso che questi concetti siano molto/troppo complicati per chi non abbraccia uno stile di vita simile al mio, penso che forse per una volta si possa seppellire l'orgoglio con una punta di saccenza, tipico di chi come me sa di saperci fare quando si tratta di cucina e salute. 

Per una volta, quindi, propongo un surrogato, brutta-ma-buona-copia di uno dei dolci meglio riusciti al mondo... ma, perfavore: non chiamatela pastiera vegan!



Per me il concetto di Pasqua è vuoto, ma non quello di pace e di rispetto di tutti. Perciò, con questo dolce indefinito auguro buona pace a tutti: a chi mi è vicino e a tutti i viandanti curiosi che passano di qua ;)



Le dosi sono all'americana: utilizzo la stessa tazza per tutte le misure.

Dolce "di Pace"

(don't call it "vegan Pastiera"!)

 

Per la base:

1 T farina di farro integrale
1 T farina 2
1 T farina 0
1/3 T latte di riso
1/2 T olio di semi di girasole
1/2 T malto di riso
la scorza di mezzo limone grattugiata
un pizzico di sale

Per la farcia:

500 g bulgur integrale cotto in acqua e poco sale
1 T latte di riso
200 g tofu al naturale
1/2 T malto di riso
1/4 T acqua di fiori d'arancio
1 c raso di pisto
la scorza di mezza arancia bio
1 c di agar agar in polvere
2 C di kuzu o arrow root
un pizzico di sale


Preparare prima la farcitura. Io ho preferito usare il bulgur, che assomiglia motissimo al grano cotto, ma cuoce in molto meno tempo, cuocendolo per assorbimento con meno sale del normale. Pesarne 500 g e metterlo in un tegame con 1 tazza di latte di riso e un'altra mezza tazza d'acqua. Portare a cottura e abbassare il fuoco al minimo, finché il cereale non assorbe quasi tutto il liquido (deve restare cremoso). Trasferire in un contenitore e lasciare intiepidire. 

Per la base, come sempre si miscelano le polveri e a parte i liquidi, fare un buco nelle farine e  versarli. Iniziare a mescolare  con una forchetta, poi a mano. L'impasto deve risultare più morbido della classica frolla, altrimenti risulterà troppo secco e duro, non essendoci burro. Stendere aiutandosi con 2 fogli di carta forno, fino ad ottenere uno strato di circa 3-4 mm di diametro. Oleare e infarinare uno stampo da pastiera o da crostata, rivestire con la pasta e tagliare l'eccesso. Impastare di nuovo gli esuberi, tirare e ottenere le strisce. 

Per terminare la farcia, frullare tofu, malto, sale, acqua di fiori d'arancio, pisto (o cannella), kuzu e agar agar. Tritare al coltello molto finemente la scorza di mezza arancia bio (solo la parte arancio) e aggiungerla. Versare il tutto nel bulgur ormai tiepido e mescolare. 

Farcire la torta, decorare con le strisce e richiudere i bordi. 
Cuocere in forno caldo a 160° per circa 45 minuti.
 









lunedì 30 marzo 2015

Panini di riso al vapore con Fiordifrutta alle corniole

Si chiamano "buns" nei paesi anglosassoni, ma esistono praticamente in tutte le culture gastronomiche. Sono i panini conditi, quelli che appagano il palato di grandi e piccini come poche altre pietanze, insostituibili come merende di pomeriggio o della ricreazione (per quanto mi riguarda, attendevo con ansia il DRIIIIIIN delle 10 di mattina che nella mia testa ancora associo a panino al latte farcito di marmellata fatta in casa). 



Oggi, con svariati "senni di poi", non mi fanno più gola. 
Ormai avverto l'odore della farina bianca come quello di burro e zucchero a metri di distanza dai prodotti da forno. Sarà anche che vivendo sopra a un fornaio, in questi anni ho affinato il fiuto. La farina "00" è nota per essere "il più grande veleno della storia", riprendendo un celebre discorso del dott. Berrino
No, non esagero. Si tratta di polvere morta, senza alcuna sostanza nutritiva per l'organismo, capace di rimanere su uno scaffale del super per 10 anni senza cambiare assolutamente nulla della propria sostanza. L'uomo non l'ha mai mangiata prima del '900, il secolo delle guerre mondiali, ma anche delle epidemie di cancro, delle malattie autoimmuni e delle anomalie genetiche. 
Non ho l'erudizione né l'autorità per approfondire questa correlazione, ma trovo utilissimo continuare a ribadirlo e parlarne non appena mi si presenti l'occasione, e devo dire che trovo sempre qualcuno che si interessa all'argomento (e menomale!).
Zucchero? Stessa storia. L'alimento più raffinato che esista al mondo, non ve n'era alcuna traccia prima dell'industrializzazione, prima del dilagare dell'obesità, del diabete e dell'osteoporosi.

Sui derivati animali, non apro nemmeno la parentesi, sarebbe enciclopedica.

Preferisco parlare della cottura che ho scelto: il vapore. Da quasi un anno mi dedico alla cottura del pane a vapore, che è molto utile per arricchire la dieta quando è necessario eliminare la cottura  al forno, soprattutto delle farine, per sciogliere gli indurimenti che affliggono organi, tessuti e in generale per la mancanza di elasticità nel corpo. 

Per ora con la teoria mi fermo qui: vi propongo una versione vegana e cotta a vapore dei decantati buns, o panini al latte. Ho scelto la farina di riso perché volevo ritrovare sapore e consistenza dei manju giapponesi, farciti con carne o con azuki dolci, di cui mi sono innamorata al primo morso! I panini sono personalizzabili con l'uso di diverse farine, confetture, uvette, noci, semi, e chi più ne ha!


Rice steamed buns
alias: Panini di riso al vapore

con Fiordifrutta alle corniole


70 g di pasta madre rinfrescata
150 g di farina di riso integrale
100 g di farina 2
2 C di margarina autoprodotta (in alternativa, 35 g di olio di semi di girasole)
2 C di malto di riso
200 ml di latte di riso
acqua qb 
un pizzico di sale



Sciogliere la pasta madre nel latte di riso tiepido in cui si è già sciolto il malto. Lasciare attivare il lievito per 15 minuti. Aggiungere metà delle farine e impastare con un cucchiaio, poi aggiungere la margarina e amalgamarla, infine il resto della farina. Impastare a mano, inserire il sale e valutare se l'impasto richiede altro liquido (nel mio caso ho aggiunto qualche cucchiaio di acqua), a seconda delle farine utilizzate. La consistenza dovrà essere molto elastica, simile aquella per la pizza, ma non appiccicosa. Ungere una marmitta in vetro o in ceramica e conservare la "palla" coperta da pellicola in un luogo tiepido e al riparo da correnti, per circa 1 ora. Trascorso il tempo, riprenderlo per applicare le pieghe a raggio e rimettere nella marmitta a lievitare per circa 3 ore.

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Raddoppiato l'impasto, riprenderlo e tagliarlo per ottenere dei panini di circa 70 g l'uno, stenderli con le mani e farcirli con un cucchiaino di Fiordifrutta. Richiudere i bordi e dare la classica forma tonda, lavorando solo con i polpastrelli (non fare ruotare la pallina fra i palmi). Posizionare nel cestello per la cottura a vapore, distanziate di almeno 2 dita l'una dall'altra. Coprire con coperchio e tenere al riparo da correnti per un'altra ora.
Portare l'acqua a ebollizione. è possibile aromatizzarla per dare ai panini un profumo particolare, ma nel mio caso hanno già un gusto singolare.
Una volta preso il bollore, posizionare il cestello e tenere coperto per circa 30 minuti.
Lasciare raffreddare completamente senza coperchio prima di staccarli dal cestello.








venerdì 6 marzo 2015

Tortine al té matcha e mandorle salate caramellate

4 marzo 2015: un altro compleanno che scivola via. Come la domenica, come le vacanze in montagna, e come tutte le cose belle che trascorrono in un soffio di vento.
Non ho mai amato rivolgermi al passato con espressioni del tipo "In tutta la mia vita non ho mai fatto/detto/provato...", perché credo proprio che leggendole qualcuno possa -ad ragionem- burlarsi di me e della mia freschissima stagionatura. Diciamo che non sarò più una robiolina, ma al massimo posso considerarmi una caciottina fresca.
Quindi niente più frasi di circostanza sul tempo che fugge.
 
Una cosa però non si può negare: collezionare compleanni implica una crescente difficoltà di ricordare ciascuno di quei giorni di festa. Che cosa ho fatto l'anno scorso? Siamo stati fuori a cena? Che torta avevo preparato quella volta? C'era anche mia sorella quell'anno? Cosa mi aveva regalato Merlino?
Forse è proprio questo che mi turba nell'inesorabile trascorrere del tempo: dimenticare le cose belle. Piccoli gesti che mi avevano reso felice in particolari momenti, ma anche ciò che non avrei dovuto dire o fare in una certa situazione, per non ripeterlo una seconda volta.
 
Confesso di essere molto legata ai ricordi. Posso dire che vivo di ricordi. Non solo quelli visivi, ma anche  olfattivi, tattili e, ovviamente, gustativi. Nella mia testa di caciottina fresca sono tutti legati in un mélange, dove qua e là mi tocca riempire i solchi lasciati dalla memoria che vacilla. In questo lavoro filologico il blog mi aiuta molto. Mi piace rileggere i post di anni fa, ritrovare quella me stessa di allora e sorridere nel constatare che i problemi si sono volatilizzati, oppure sono cambiati... credo che sia un ottimo deterrente per prevenire le ansie sul futuro. Che -almeno quello- sempre incerto è rimasto...!
 
 
...e indovinate qual è l'altro modo per sconfiggere l'ansia sul futuro??
 
 
Tortine al té matcha e mandorle salate caramellate
 

Per 6-8 tortine

150 g di farina 0
50 g di farina 2
2 C di té matcha
200 ml di latte di riso e mandorle
60 g di malto di riso + 1 C
1/2 bustina di cremor tartaro
1 C di aceto
25 g di olio di semi di girasole deodorato
un pizzico di sale
 
 
 
Setacciare le polveri tranne il té. A parte, versare in una scodella l'olio, il sale e il malto. Sciogliere il té matcha in un goccio di latte caldo, aggiungerlo ai liquidi. Versare nella terrina con le farine e mescolare velocemente, versando il latte di riso e mandorle poco alla volta. Il composto deve risultare fluido ma non troppo, più denso della pastella per le crepes. In ultimo, aggiungere l'aceto. Non mescolare troppo, riempire i pirottini fino a 1 cm dal bordo. Pestare grossolanamente le mandorle salate, cospargere la superficie e aggiungere una punta di malto sopra, che servirà per caramellarle. Se le mandorle affondano, il composto è troppo liquido.
Infornare a 160° per circa 20 minuti. Fare la prova stecchino.









mercoledì 18 febbraio 2015

Le prime volte: Frittelle di pasta madre alle mele e alle castagne

Ho quasi 28 anni. Vivo con il mio attuale consorte da più di 3.
In questa casa, complice la scuola di cucina, ho cucinato praticamente ogni sorta di vegetale in ogni salsa, dolce o salata [gli "onnivori" non malignino contro questa affermazione, perché scommetto che in quanto a varietà, in pochi batterebbero un vegan-foodie!].
Eppure, questa settimana c'è stata una prima volta: il battesimo del fritto dolce.

Ebbene sì: non ho mai cucinato le frittelle
Com'è stato possibile tutto ciò? Non ne ho idea.
Ho avuto una triste infanzia? Direi di no...
A casa la mamma non cucinava? Macché, nemmeno questo. Non cucinava quasi mai i fritti, ma nemmeno tofu alla piastra e miglio alla zucca, se è per questo..

Diciamo che sono ancora un po' intimorita dalla tecnica del fritto, che pratico da pochi mesi con una goffaggine raccapricciante (il post precedente è stato un miracolo che meritava di essere immortalato). Il clou della mia pessima performance è il momento dell'immersione: per paura dell'olio bollente lascio cadere il boccone da mezzo metro di altezza rispetto alla pentola, facendo un disastro totale, peggio che tuffarmici dentro. Il tutto condito da un sottofondo di ghigni malefici da parte del consorte, che al contrario vanta decenni di esperienza in fatto di fritti-spazzatura, e che quindi padroneggia pinza e paletta con una certa dimestichezza. E dirò che il grembiule gli dona anche.

Lascio dunque a Merlino la parte della ricetta che considero "ad alto rischio", mentre io mi dedico in tutta tranquillità agli impasti. Che mi sono davero piaciuti!

Ne ho preparati due: uno per le frittelle con mele e uvetta al vino bianco, uno con farina di castagne e latte di soia. Non saprei dire quale delle due sia riuscita meglio, sono molto iverse sia in gusto che in consistenza. Per il mio palato, quelle di mele sono davvero ghiottissime, perché adoro qualsiasi dolce alle mele che sia il più naturale possibile, che ne esalti il sapore (mela cotta, mon amour!).

Inutile aggiungere che la pasta madre regala un gusto che... che... che ve lo dico a fare?!?



Frittelle di pasta madre

impasto con mele, uvetta e vino bianco

dosi per una ventina di frittelle

90 g di esubero di pasta madre
1 mela golden (2 se sono piccole)
100 ml di vino bianco secco
2 C di grappa (facoltativo)
180 g di farina 2
2 C di malto di riso 
80 g di uva sultanina (senza olio di palma)
la scorza grattugiata di mezza arancia
acqua qb
un pizzico di sale


Sciogliere la pasta madre in poca acqua tiepida, aggiungere il vino a temperatura ambiente e il malto, poi scorza d'arancia, grappa. Aggiungere la farinasetacciata, mescolando con la frusta, poi la mela tagliata a cubettini e l'uvetta (non occorre ammollarla). Agiungere tanta acqua quanto basta per ottenere una pastella che scrive. Lasciare riposare in frigorifero tutta la notte, oppure lasciare 2 o 3 ore a temperatura ambiente e poi per un paio d'orein frigorifero. Si toglie dal frigo solo al momento di friggere, dopo l'aggiunta del pizzico di sale.


impasto con farina di castagne

dosi per circa 15 frittelle

90 g di esubero di pasta madre
2 C di malto di riso
120 g di farina di castagne
60 g di farina 2
latte di soia autoprodotto qb
1/2 c di pura vaniglia bourbon in polvere SDS spezie
sale qb

Analogamente, si scioglie prima la pasta madre nel latte tiepido e malto, poi si aggiungono la vaniglia e le farine setacciate sbattendo con la frusta. Aggiustare la densità e conservare in frigorifero. Si sala poco prima di friggere.


 
Per la frittura a immersione (in collaborazione con Merlino...):
versare abbondante olio in un tegame dai bordi alti, arrivando circa a metà dell'altezza del bordo, aggiungere un pezzo di alga kombu e scaldare. Quando inizia a sfrigolare, provare a friggere un cucchiaino di impasto e osservare: se sale a galla in pochi secondi (massimo 15) l'olio è pronto. Non rimuovere l'alga, ma iniziare a tuffare un cucchiaio alla volta, aiutandosi con un altro cucchiaio per staccare la pastella. Man mano che imbruniscono, scolare le frittelle e porle in una terrina di vetro o ceramica già calda, con carta assorbente in gran quantità. Non lasciare mai l'olio senza niente in frittura: nel momento in cui si scola una frittella, si aggiunge una cuchiaiata. In questo modo la temperatura dell'olio rimarrà sempre costante e la frittura uniforme. 


Consigli: 
l'impasto è già dolcificato, sia per la presenza di ingredienti naturalmente dolci (mele, uvette e farina di castagne), sia per l'aggiunta del malto. Consiglio però di non esagerare con questo ingrediente, perché lo zucchero, anche quello naturale, caramellizza e quindi imbrunisce le frittelle, che rischiano di bruciacchiare all'esterno e rimanere crude nel cuore. Per questo motivo, l'altro consiglio è di non fare le cucchiaiate troppo grandi (e parlo per esperienza avuta recentemente :)).

...superata la fritto-fobia, diventerò un'esperta :)








lunedì 2 febbraio 2015

Budino di riso con crema di mandorle e millefiori

...e poi arriva, un altro lunedì. Del weekend non restano che dolorini a mani e schiena per il turno in cucina della domenica -che a scuola c'è il brunch da preparare- e mille promesse di fare nuove esperienze più esaltanti, la settimana prossima.

Ma c'è troppo silenzio qui, il lunedì. Nessun telefono che squilla, o ronzio della ventola del PC a suggerire un'attività a pieno regime. Di progetti, un mare; di realizzazioni, un deserto.

Così, tra un sospiro e l'altro, mi metto in piedi, apro la dispensa e metto in funzione quell'altro PC, quello che non fa rumore quando lavora, nemmeno quando parte in quarta.

Senza quasi accorgermene, ho già messo sul fuoco un pentolino e sul tavolo disposto una decina di sacchettini e scatoline, ciotole e cucchiai: tutti presenti all'appello, tutti pronti per una nuova ricetta. Mi rilasso, arrotolo le maniche del maglione, ultimo sospiro... e mi rilasso.



Budino di riso con crema di mandorle 
e Mielbio millefiori




500 ml di latte di riso al naturale
50 g di farina di riso integrale
2 C di agar agar in fiocchi
40 g di crema 100% mandorle autoprodotta
una punta di vaniglia in polvere




Ammollare l'agar agar in poco latte di riso a freddo. In un pentolino dai bordi alti, versare la farina di riso con la vaniglia e poi il latte, poco a poco, a freddo, mescolando con una frusta per non fare grumi. Portare a cottura, mescolando piano per non far attaccare la farina sul fondo. 
Appena arriva a bollore, aggiungere l'agar agar ammollato e continuare a mescolare, con il fuoco al minimo. Dolcificare con un cucchiaio di Mielbio (il latte di riso è già molto dolce, un altro latte vegetale al naturale potrebbe richiedere più dolcificante). Lasciar sobbollire per 5 minuti, poi spegnere il fuoco. Versare in 4 stampini bagnati con acqua fredda. Lasciar intiepidire  e poi raffreddare in frigorifero. 
Per lo sciroppo al miele, versare Mielbio in un pentolino con 3 cucchiai d'acqua e scaldare. Ottenere uno sciroppo abbastanza liquido, spegnere il fuoco e versare sopra ai budini. Conservare in frigorifero e lasciare 10 minuti a temperatura ambiente prima di servire.
















mercoledì 31 dicembre 2014

Veg&Beer #2: crema di mele e Caracole

...e che cosa sarà mai la Caracole?

Se avete letto la prima puntata della mia rubrica Veg&Beer, sapete già tutto.
Se invece passate di qui per puro caso, ecco il sunto dei sunti: la sottoscritta, amante di birre artigianali e portata all'esasperazione dalla vana ricerca di cibo politically correct da abbinare alle suddette bevande, si diletta nel trovare abbinamenti azzeccati fra birre artigianali e cucina naturale

Il primo esperimento ha visto coinvolti gli amici del Birrificio Badalà di Prato, con una splendida birra al miele di castagno. Stavolta usciamo dal belpaese (che in fatto di produzione birraia artigianale non ha proprio NULLA da invidiare a nessuno!), per andare a pescare La Caracole ambrée della Brasserie Caracole (Falmignoul - Belgio): un'ottima belgian strong ale, per chi mastica un pochino di cultura birraia. 



La Caracole ambrée
Birrificio: Brasserie Caracole (Falmignoul, Belgio)
Stile: Belgian Strong Ale
ABV: 7,5%

La Caracole ha un colore ambrato e velato, la schiuma densa e persistente. Molto dolce al naso, ritroviamo l'aroma dell'arancio candito e dei frutti gialli, completato al palato da sapore di frutta sciroppata, uvetta e caramello.
Ci avviciniamo pericolosamente al mio stile favorito, quello belga, in particolare le tripel sono le birre che preferisco.


Anche per questa prelibatezza, ho pensato a un dessert. Stavolta la ricetta è molto veloce, dato che il panettoncino è stato prodotto da altre mani mi limito a fornire la ricetta della crema... Lo devo ammettere: non mi sono ancora specializzata nel panettone artigianale vegano di pasta madre, perciò per il momento mi affido a prodotti acquistati (sempre bio e vegan). 
Una piccola nota: il panettone rigorosamente CON canditi e uvetta! I sapori si sposano benissimo, soprattutto con il candido all'arancia; perciò non si accettano le classiche noiose variazioni "senza canditi, senza uvetta, con gocce di cioccolato, ai frutti di bosco, all'ananas, alle bacche di goji (???)" etc. E non transigo :)
La crema è da servire calda insieme al panettoncino. Oltre ad essere la birra in abbinamento, la Caracole ambrée ne è anche l'ingrediente essenziale.

La ricetta è ovviamente un augurio di una buona fine, ma soprattutto un gustosissimo inizio :)

 

 Crema di mele e Caracole (birra belga)

 

Per 4 persone

4 panettoncini da 100 g (vegan e con canditi e uvetta) 
3 mele golden
un pizzico di sale grosso
1/2 bicchiere d'acqua
1 C di kuzu o arrow-roots

scorzette d'arancia bio per decorare

Sbucciare e tagliare le mele a fettine sottili e metterle in un tegame dai bordi alti. Salare e versare l'acqua, accendere il fuoco e far prendere il bollore. 
Appena bolle, versare la birra, conservandone un paio di cucchiai per scioglervi il kuzu (freddo, mi raccomando). Quando il tutto riprende il bollore, abbassare la fiamma cuocere per 10 minuti. 
Prelevare qualche fettina di mela da lasciare intera per la decorazione, poi passare tutto al minipimmer. Versare il kuzu sciolto nella birra e rimettere il tegame sul fuoco per addensare.
In pochi minuti la crema è pronta.
Servire calda come accompagnamento al panettoncino artigianale vegano, leggermente passato al forno o in padella.