giovedì 15 maggio 2014

Made in Japan #3: Kyoto e i miei daifuku mochi



Probabilmente, per esplorare i meandri della gastronomia kyotese non basterebbe un mese di permanenza! 

Appena arrivati, la prima impressione della città non è stata molto positiva. Alloggiavamo a due passi dalla stazione, fra palazzi di vetro, grandi magazzini e semafori “cinguettanti” (solo chi è stato in Giappone può capire..). Nulla in questo quartiere è lasciato alla casualità; perfino per parcheggiare la bicicletta c’è una persona in divisa con i guanti bianchi che ti indica esattamente dove lasciarla; non puoi fumare una sigaretta mentre vai al lavoro: devi fermarti nelle striminzite aree fumatori nascoste dietro un muro. Ora: non che la cosa mi dispiacesse dato che non fumo, però fanno anche un po’ pena certe greggi di tabagisti in giacca e cravatta, che si affrettano a terminare una lucky strike fra nuvole di fumo passivo.


Ma dopo il primo tour nella zona meno affaristica della città, ho subito capito il fascino che attira fiumi di turisti dagli occhi sgranati! La Kyoto antica è semplicemente una favola dai colori pastello e profumi agrodolci, il progresso frena la sua folle corsa ai piedi dell’imponente Kiyomizu-dera, cedendo il passo a sfilate di coloratissimi kimono, lanterne svolazzanti e immancabili ciliegi dai rami carichi di fiori. Da quella terrazza panoramica, oltre le fronde cariche di rosa, i palazzi luccicanti all'orizzonte costituiscono sfide architettoniche insignificanti. 







E percorrendo le stradine su e giù per i templi, brulicanti di sorrisi e occhi a mandorla, si è attratti dalle mille specialità gastronomiche, preparate dagli abili artigiani del gusto proprio lì, davanti a te: dal cracker di riso al dolce di mochi, dal pesciolino fritto sullo stecco al sofficissimo manju a vapore. Ed è proprio quest’ultimo che mi ha conquistato, in una gustosissima variante al macha ripieno di anko!
 
manju di carne e con anko

 …esatto, è proprio così: mi sentivo un cartone animato!

La Kyoto gastronomica trova il suo apogeo nel vortice del Nishiki Market, dove puoi trovare qualsiasi stranezza, assaggiarla, comprarla o semplicemente fotografarla (se riuscite a farvi largo fra la calca famelica). 


radice di bambù, patata dolce (YAM) alla brace, frutta (4000 Y = oltre 30 euro al pezzo!)

pesce crudo sullo stecco


alghe fresche
 
 È il paradiso per gli amanti del pesce: si trova sushi espresso in locali minuscoli, dove la gente si concede un aperitivo a base di pesce crudo e sake.

Ma anche i non-pescivori possono lustrarsi gli occhi! 

dolci a base di mochi

mochi in versione salata con salsa teriyaki

Ovunque in Giappone vanno matti per i cosiddetti pickles (insalatini) che vengono serviti ad ogni pasto, giusto un cucchiaio per stimolare la digestione. Sono in genere radici di ogni tipo, ma anche ortaggi curiosi, che vengono affettati, messi in tinozze di legno insieme a una pasta di sale, pressati e lasciati fermentare. In pratica è quello che si fa in Germania con i crauti, ma qui non ci si limita a un ortaggio… c’è davvero l’imbarazzo della scelta: si trovano perfino i fiori sotto sale!


  

Questa volta concludo con una ricetta-esperimento in tema: i daifuku mochi! Si dà il caso che al mercato abbia acquistato un non meglio identificato farinaceo bianchissimo e dalla consistenza impalpabile; ho provato a far capire al simpatico venditore –che ovviamente non spiccicava una parola in nessuna lingua occidentale- che volevo la farina di riso glutinoso per fare i dolcetti. A quanto pare la mia pronuncia di “mochi” fa pena, dato che il malcapitato non capiva assolutamente che cosa chiedessi, finché con il dito indice ne ho indicato uno in vendita nella bancarella di fianco e ho mimato il gesto di fare le palline e mangiarmele, con tanto di “MMM!” e dito rotante sulla guancia. Insomma alla fine del film muto tragi-comico, mi dà questo pacco di farina, che fino all’altro giorno non sapevo per certo cosa fosse… Ma per fortuna l’ometto simpatico aveva capito bene: ecco i miei daifuku mochi! Bruttini sì, ma per essere i primi, che soddisfazione mangiarseli!

 

mochi classico e daifuku mochi ricoperto di sesamo nero
Si possono realizzare in colori diversi aggiungendo alla farina del macha o del colorante alimentare. Il classico mochi è lo spiedino con 3 piccole palline (bianca-verde-rosa) senza ripieno. Un occidentale goloso non amerebbe questi dolci, abituati come siamo a enormi quantità di zucchero e sapori più che intensi. Pensate che in Giappone il dessert più raffinato e appetibile è della semplice frutta fresca, che si mangia in occasioni più che uniche (anche perché costa un capitale!)! 
Ce ne sono anche decorati, intagliati, a “raviolo”, con sesamo, frutta disidratata etc. Il cake design in Giappone ha sempre il sapore della tradizione: non ho visto nemmeno un cupcake (forse giusto da Starbucks... da cui siamo stati ben alla larga!).






 
Perdonatemi il rimpiazzo dell’anko (la prossima volta prometto di prepararla!) con una Nocciolata italianissima (oltretutto è bio e senza olio di palma!!).


Daifuku mochi
(dolcetti giapponesi di riso “glutinoso” - senza glutine)

 

Per 8 Palline ripiene

 

100 g di farina di riso glutinoso
115 g di acqua naturale fredda
50 g di zucchero a velo (zucchero semolato frullato)
amido di mais qb

Ripieno:
mix cereali senza glutine qb


Preparare prima la farcia: quella tradizionale prevede l’anko, una marmellata di fagioli azuki con l’aggiunta di poco zucchero (in alcuni casi addirittura senza). Il sapore non è stucchevole ma piacevolmente avvolgente, simile a quello delle castagne. Per sostituirla, ho scelto una nocciolata RdA, non troppo dolce, mescolata a un mix di cereali tritati (fiocchi di mais con riso e miglio soffiati) per dare consistenza.


Preparare il mochi in tre fasi:

-          miscelare zucchero a velo e farina di riso, aggiungere l’acqua fredda e mescolare velocemente con la frusta, sciogliendo i grumi. Coprire con pellicola senza pvc e passare al forno a microonde a 500 W per 2,5 minuti. 

-          togliere dal microonde, spruzzare con poca acqua fredda e mescolare con una spatola. A questo punto il composto sarà semi liquido. Coprire e passare ancora al microonde a 500W per 2 minuti.

-          togliere, dare un’altra mescolata. L’impasto inizia a rapprendersi. Non preoccupatevi troppo se c’è qualche grumo, spariranno con l’ultima cottura: passare ancora al micro per 1 minuto.


A questo punto l’impasto sarà ustionante, ma avrà assunto le sembianze di un silicone. Attendete un paio di minuti per lavorarlo con le mani, date una mescolata con la spatola. Prendete una teglia e cospargetela con l’amido di mais, spostare la massa di mochi e stenderla coi palmi, lasciandola molto spessa. Mettetevi la maizena anche sulle mani per lavorare il mochi. Prendetene un pezzo, appiatti telo per ottenere una sorta di disco tondo. Prelevate un cucchiaino abbondante di farcia, appallotolatelo e mettetelo al centro del disco. Chiudetelo facendo aderire i bordi, se necessario bagnateli leggermente, e create una pallina lavorando coi palmi senza fare troppa pressione. Continuate fino ad esaurire l’impasto. 
È più facile a farsi che a dirsi! 

Adagiate le palline appena fatte nella teglia con la maizena. Una volta freddate, riporre nei pirottini. Si conservano a temperatura ambente chiusi in un contenitore. Non ho idea per quanto tempo si conservino, ma non mi porrei il problema ;) 



mercoledì 7 maggio 2014

Pasta di carrube con fave e pesto di carciofi e mentuccia

Torniamo a noi, per un italianissimo pasto, riassunto in un velocissimo post. Insomma, un fast-post-pasto!

A Natale, mia sorella mi ha portato dalla Campania un prodotto a me sconosciuto: la pasta alle carrube. Conoscevo già questo intrigante frutto dalle proprietà miracolose, almeno stando agli esperti nutrizionisti. Ne avevo assaggiato un baccello appena colto dall'albero, precisamente a Matera, qualche anno fa. Il sapore mi aveva letteralmente conquistato: così dolceamaro, persistente e appagante (...e pure calorico, se vogliamo dirla tutta!).

Con i semi si produce una farina che funge da addensante naturale per parecchi prodotti, anche industriali (dai gelati alle creme etc.), spesso celato dietro la scritta Carrube
E410
(della serie "non tutti gli acronimi vengono per nuocere").





Ma la pasta (che contiene la farina del frutto, non dei semi) mi è proprio caduta dal cielo! Io che mangio pasta si e no 2 volte al mese, questa settimana ho già fattoil bis! Non avevo idea di quale sapore potesse avere, perciò ho ipotizzato che si avvicinasse a quello del frutto e ho improvvisato questo piatto ricco, italianissimo, che mette d'accordo tutti: vegani-carnivori-grandi-grandissimi (sui piccini non ho testato). 
E vi dirò: non ho sbagliato poi di molto il bersaglio con questo condimento. A noi è sembrato azzeccato ;)



Pasta di carrube
con fave e pesto di carciofi e mentuccia

180 g di pasta di carrube*

250 g di fave fresche
1 grosso carciofo con gambo
1 spicchio d'aglio
1/3 di bicchiere di vino bianco
2 cucchiai di olio evo
sale e pepe qb
15 anacardi
3-4 foglie di mentuccia fresca

*questa pasta non è glutenfree: sono presenti sia farina di grano duro che farina di carrube.


Preparare il pesto di carciofo: pulire il carciofo eliminando le foglie esterne e la barba interna. Pulire anche il gambo e conservare solo il cuore, meno fibroso. Preparare un soffritto leggero con 1 cucchiaio di olio e l'aglio, buttare il carciofo affettato sottilmente. Sfumare con il vino bianco, cuocere a fuoco moderato avendo cura di bagnare con poca acqua man mano che asciuga. Una volta cotto, lasciare intiepidire. Frullare tutto, anche l'aglio, con olio, anacardi, sale, pepe e mentuccia. Tenere da parte.
In una pentola capiente portare ad ebollizione l'acqua per la pasta, senza salare. Buttare prima le fave fresche e lasciare bollire qualche minuto, poi salare e buttare anche la pasta. Se sono molto piccole, buttare insieme fave e pasta (la cottura per questo formato è di 8-9 minuti). Scolare non troppo al dente e impiattare con il pesto di carciofi.





Ma


Potrebbe interessarti: http://www.my-personaltrainer.it/nutrizione/carrube.html (non tutte le sigle vengono

venerdì 2 maggio 2014

Made in Japan #2 Koya-san e la cucina Shojin-ryori

Dopo il ritmo frenetico di Tokyo, ci ritiriamo nel silenzio di Koya-san


Si tratta di un luogo sperduto fra le montagne, nella prefettura di Wakayama, a sud di Osaka. Un luogo di preghiera e meditazione. Importante centro monastico, sede della setta del Buddhismo Shingon, importato dalla Cina. C'è un cimitero, Okunoin, visitabile lungo un percorso di qualche chilometro, che attraversa una foresta di cedri: commovente. Vi sono monumenti funebri di monaci e samurai di importanza storica, legati alla setta Shingon. 


 
I monaci di Koya-san accolgono pellegrini e turisti -per fortuna ancora pochi- nei vari shukubo, ovvero monasteri attrezzati per la loro permanenza. Più che pellegrinaggio, per noi è stata una via crucis: in treno Shinjuku – Tokyo Station, in shinkansen Tokyo - Shin-Osaka (5 ore), in metro Shin-Osaka – Namba, col trenino locale Namba – Gokurakubashi, in funivia Gokurakubashi – Koya-san, e dulcis in fundo pullmino anni ‘70 per arrivare al nostro shukubo. Paesaggio: risaie, montagne e foreste di cedri fitte fitte. Il viaggio di per sé è già un’avventura. Per fortuna da Tokyo abbiamo spedito i bagagli all’hotel di Kyoto, dove avremmo alloggiato nei giorni successivi (la soluzione migliore per viaggiare in Giappone, dove lo spazio vitale è una conquista, anche sui mezzi pubblici!). 







Dopo dopo aver scattato circa un migliaio di foto nel cimitero di Okunoin, siamo entrati nello shukubo togliendoci le scarpe e un giovanissimo monaco apprendista ci ha condotto nella nostra alcova di 3mx3m, dove non si può camminare con le pantofole, ma solo scalzi. Lo stesso monachello poi si è preso cura lui di noi per tutto il tempo della permanenza. Ci ha spiegato subito, in un tenerissimo inglese, come vivono a Koya-san, come pregano e come mangiano. 

I monaci shingon sono vegani, se proprio vogliamo dargli questa etichetta. La cucina dei monaci si chiama shojin-ryori: non usano spezie né pietanze dai sapori troppo forti (niente aglio, cipolla, peperoncino etc.), consumano due pasti al giorno molto sostanziosi e decisamente completi; è compresa perfino la tempura. Ho preso nota di tutto ciò che ci è stato offerto, una lista lunghissima! Davvero un'accoglienza superba, l'ospite è sacro.
Questa cena e la colazione successiva sono stati i pasti migliori della mia vita. Gustandoli, ho davvero pensato che fosse cibo per l'anima! Inoltre, ho potuto finalmente gustare l'anelato tofu di sesamo: il
goma-dofu, entrato subito a far parte della top 10 dei miei cibi preferiti!


 

Ci ha servito tè verde con un manju (dolcino di riso cotto a vapore ripieno di marmellata di azuki). Ci ha regalato il braccialetto per le preghiere e due talismani per proteggerci dai demoni malvagi. Per entrare ancor più in simbiosi con loro, abbiamo indossato la yukata (una sorta di kimono da camera) che per fortuna era bella pesante, dato che faceva un freddo cane! Spifferi a destra e a manca, riparati solo da porte scorrevoli in legno e carta di riso! 

Per fortuna ci ha rinfrancato un fantastico bagno caldissimo nel piccolo onsen – i tipici bagni pubblici, con acqua termale bollente, cui si accede solo completamente nudi, maschi e femmine separati. 
 Fortunatamente, qui non c'erano restrizioni per gli ingressi; infatti in quasi tutti gli onsen, chi è tatuato non può accedere, poiché si ritiene che la sua pelle impura non debba venire a contatto con l'acqua purificatrice. Perfuno nell'albergo di Kyoto, all'interno dell'area "spa" vigeva questo divieto. Poco male: a Koya-san l'atmosfera meritava certamente di più!





La cena è servita alle 18-18.30. Lo stesso monaco porta il pasto in due volte.. sono un mucchio di ciotoline! Sono preziosamente contenute in due scatoline di legno, che vengono poi utilizzate a mo’ di tavolini. Le dispone con cura, le ruota persino nel senso giusto. C’è un senso in ogni cosa, perfino nella disposizione dei piatti, e ogni pietanza facente parte dello stesso pasto deve essere cucinata in un modo diverso dalle altre. La presentazione è già un’esperienza sensoriale fortissima. Inutile dirvi che i sapori erano più che sublimi... Non c'è un ordine preciso nel mangiare. È davvero buffo vedere i giapponesi spizzicare qua e là con le bacchette!
 
L'elenco completo delle "portate" della cena, ore 18:

- riso in bianco
- brodo con yuba e boccioli di fiori
- goma-dofu* con salsa di soia e una puntina di wasabi
- radice amara cotta in salsa di soia dolce con glutine a forma di rotella
- tempura di verdure (peperoncino verde, pannocchietta, radice di loto, patata dolce, zucca, melanzana, okra, un paio di steli con infiorescenze, non pervenuti) servita con sale verde
- insalatina di alghe, cetrioli e fiore viola all'aceto
- pomodoro in guazzetto dolce (sapeva di marsala!)
- insalatina di cetrioli e daikon all'aceto
- tofu di soia con radice di bambù, fungo shitake e rotella di glutine
- erba selvatica tipo tarassaco appena scottato con senape leggera
- té verde
- arancia



 

* gli ingredienti del goma-dofu (nella foto la ciotolina in basso a sinistra) sono semplicemente sesamo, acqua e kuzu. Ho acquistato il kuzu nel paese e mi cimenterò presto nella tofu-genesi col sesamo invece della soia!


 

Addormentarsi a pancia in su sul futon è stata dura (il futon è felpatissimo, bello peloso); in compenso poi ho ronfato alla grande e nemmeno un dolorino alla schiena! Sveglia alle 5.30 per la cerimonia del fuoco e la preghiera agli antenati. Poi in camera ci attendeva già la sostanziosa colazione delle 6.30:


  
- riso in bianco
- brodo di miso bianco con wakame e boccioli
- tortino freddo di tofu con poche verdurine in un brodino dolce
- alghe hijiki marinate al sesamo con umeboshi
- radice (forse bardana) marinata in salsa di soia dolce
- okra in salsa di sesamo
- alga nori-snack con salsa di soia
- té verde


E siamo riusciti a finire tutto, sia a cena che a colazione. Pieni sì, ma leggeri in spirito!


Con questa leggerezza nel petto e serenità nella testa, non poteva non materializzarsi davanti a noi un'entità spirituale... e che entità: Sua Entità!!






 ...un'avventura inaspettata, meravigliosa, irripetibile.






lunedì 28 aprile 2014

Made in Japan #1 Kansai: tofu a gogo




Reduci dal Sol Levante, mille bellezze viste, pensate, odorate e mangiate. A raccontarle tutte, non basterebbero le pagine di un dizionario (se poi ci aggiungiamo le nostre considerazioni, non bastrerebbe un'enciclopedia!), ma posso riassumere questo scrigno di esperienze ed emozioni in queste parole: il Giappone è meravigliosamente multiformeme sotto qualsiasi punto di vista, lascia perplessi e allo stesso tempo senza fiato, fa sorridere. 



Ho deciso di non esagerare con i post dedicati a questo viaggio: il mio è un blog di cucina, anche se qualche gita fuoriporta di interesse etnico-antropologico ci sta benissimo ogni tanto. Perciò per la gioia delle vostre papille curiose, vi parlerò principalmente di CIBO. Quello che ho mangiato, annusato e assaggiato, ma anche solo visto e visto fare, merita davvero di essere raccontato, da foodie a foodie.

I tormentoni della nostra vacanza, gastronomicamente parlando, sono stati: té macha in ogni forma (il gelato è wow, ma anche il “matcha-latte” col latte di soia non è niente male), yuba (pellicina del tofu), anko (marmellata di azuki), sake (strepitoso), prugna umeboshi (ne ero dipendente). E poi le radici: gli ortaggi per i giapponese sono radici. E funghi: una marea di funghi!


Iniziamo col dire che, a differenza del nostro paese, in Giappone sono davvero legati alla propria tradizione gastronomica. Per dirne una, avrò visto 3 McDonald's in tutto il viaggio, in tutti i casi pieni di turisti. In compenso -eccezione che conferma la regola- vanno tutti matti per Starbucks e il suo frappuccino al té matcha.
Questo attaccamento alla propria cucina nazionalpopolare, anche da parte dei giovanissimi scolaretti vestiti alla marinara, mi è parecchio piaciuto.
La sera, nei vari locali (chiamarli ristoranti sarebbe eccessivo, piuttosto sono l'equivalente di un fast food, ma decisamente più sano e appagante), si incontrano soprattutto impiegati e studenti, tutti ancora in divisa, che cenano soli o in coppie. In genere soli. 



La solitudine è qualcosa di molto comune in Giappone. Per la strada, ognuno cammina spedito, si ferma al semaforo, sale sul treno o va in bicicletta. Sempre e irrimediabilmente solo. Nei ristoranti non ho visto convivialità. Forse noi italiani, per come siamo fatti (grazie al cielo!), questo aspetto lo notiamo subito. L'immagine che mi ha fatto più tristezza e tenerezza è proprio quella del pasto: nelle izakaya (ristorantini tipici molto piccoli, dove si trova un solo tipo di piatto, in genere udon o ramen, con qualche variante) si mangia direttamente al bancone, di fronte al cuoco - esattamente in stile Marrabbio. In altri locali più grandi, oltre al bancone del cuoco vi sono banconi fissati alle pareti; praticamente si mangia contro al muro. Certo, non esistono solo questi locali: abbiamo cenato comodamente seduti sul tatami, a un tavolo con divanetti etc. Ma attorno a noi in genere c'erano turisti o impiegati. Di famiglie giapponesi fuori a cena o a passeggio non ne abbiamo viste.



Inutile dire che ogni città, cittadina e paesello ha le proprie specialità. Proprio come noi. Avendo viaggiato abbastanza fra Kansai e Chubu, abbiamo assaggiato prodotti diversissimi, di mare e di terra (diciamo che io in fatto di mare mi sono limitata alle alghe). Una cosa inaspettata per quanto mi riguarda, è la scarsissima presenza di vegetariani –e se ce ne sono, poveri loro! Siamo stati in un solo ristorante che nel menu prevedeva una serie di piatti vegetariani. Per il resto, purtroppo, abbiamo spesso girato a vuoto la sera, con un buco gigante nello stomaco, il povero Merlino preoccupato che non mangiassi abbastanza, e alla fine ripiegato sull' "affezionato" FamilyMart (catena di piccoli negozi di alimentari aperti 24h/24) per un onigiri e un dolcetto di riso glutinoso!



E il tofu?? Non c'era?? Vi starete chiedendo.

Certo, di tofu nel Kansai ce n'è fin troppo. Ne consumano tutti moltissimo, anche ogni giorno. Il problema per un vegetariano è come viene cucinato: in genere nel brodo dashi, a base di pesce, oppure con pesce secco croccante o addirittura con la carne. Nell'albergo di Kyoto la mattina a colazione ce n'erano due forme immense, di due tipi diversi. Sì, perché si producono vari tipi di tofu, adatti per essere cotti in brodo, alla piastra oppure consumati freschi o come dessert. In questo sì, mi si è aperto un nuovo mondo! Soprattutto dopo aver assagguato la yuba, ovvero la pellicina del tofu. Loro ne vanno matti, soprattutto fritta. La usano anche per avvolgere i classici triangoli di riso e poi friggerli creando un rivestimento croccantissimo e saporito. Mi ero documentata prima di partire su questo alimento particolarissimo e sapevo che è tipica di Nikko, un luogo incantato fra le montagne, a 120 km da Tokyo. Perciò, quando ci siamo recati in visita in questa cittadina, ci siamo dannati per ore l'anima in cerca di un posto dove fosse servita in qualche piatto senza carne o pesce. Trovato un simpatico localino dove l'abbiamo gustata con riso e funghi. Praticamente era la casa di una vecchietta deliziosa, che ci ha preparato uno splendido tè matcha con gelatina di azuki e ci ha pure regalato degli origami. Poi, nei giorni seguenti a Kyoto, abbiamo scoperto che la Yuba praticamente te la tirano dietro a ogni angolo... poco male.
Ho trovato squisito il tofu alla piastra, in uno di quei locali chiamati teppanyaki, ovvero con la piastra letteralmente nel tuo tavolo. Qui ti cucini da solo le pietanze crude oppure tieni in caldo quelle cotte, nel mio caso si trattava di bistecche di tofu, davvero squisite anche come consistenza; per Diego una bella okonomiyaki, detta la pizza giapponese, a base di uova, porco e quant'altro.

Il tofu è trattato come un alimento che fa contorno. I loro piatti più che "unici" sono proprio misciuròtt, come si dice dalle mie parti: brodo, pasta, pesce, alghe, tofu, carne, uova... tutto insieme: sazia e si mangia in fretta, con l'immancabile sllluuurrppp di apprezzamento. Perciò ho penato comunque un po' per trovare di che sfamarmi, certe volte. E ho dovuto scendere a qualche compromesso, mangiando anche dell'uovo o a volte del brodo che probabilmente era dashi.. se non altro, nel rispetto del mio povero Merlino, che non è vegetariano, e il nostro non era un viaggio gastronomico vegano, bensì un viaggio di nozze! 


piatto di riso con yuba, funghi, cipolla e uovo
 
In compenso, ho ingurgitato funghi come se non ci fosse un domani.. una delle poche verdure non sotto sale. Per il resto, grandi scorpacciate di radici, sempre fermentate sotto sale nei tinozzi di legno, tipo crauti alla tedesca. E vi dico una cosa: dopo 17 giorni, anche io che amo le radici, non ne potevo più! Ottime però quando cucinate, soprattutto la radice di loto, che qui si trova solo essiccata, e quella di bambù. 

Un paragrafo a parte merita assolutamente la gita più bella del viaggio: Koya-san, di cui vi parlerò la prossima puntata! Per ora, vi lascio queste foto dei primi giorni di viaggio, fra Tokyo, Nikko e Kyoto.


taiyaki: pancake a forma di pesce ripieno di anko (marmellata di azuki)

scodella di udon: con alghe e umeboshi; con alghe, cipolotto e fritturine



vetrina con riproduzioni in plastica del menu

Colazione giapponese: porridge di riso con gomasio alle alghe e umeboshi; insalata di radici; germogli di soia; té giapponese
gelato al té matcha (degno di un gelato artigianale italiano); té matcha servito con gelatina di azuki


dolcetti di mochi (riso glutinoso) ai fiori di ciliegio ripieni di anko

lunedì 7 aprile 2014

La ricetta svuotafrigo: sedano rapa alla piastra con salsa alle clementine




Giorni di corse, saluti, racconti e raccomandazioni, ultime spesucce e scorte di cibo per i coinqui-mici, lavatrici su lavatrici per partire con tutti i (pochi) vestiti stirati e profumati.
Manca ormai qualche ora, la tensione è diminuita (stranomavero!!) e l'intraprendenza ha guadagnato terreno sull'ansia.

Giappone... un sogno che si realizza.

La distanza da casa sarà annullata in un secondo dal sacrosanto What's up (alla fine abbiamo dovuto scaricato per l'occasione..), ma la lontananza dalle mie due palle di pelo sarà incolmabile :( Una volta biasimavo quelli che mi raccontavano di come si sentivano in ansia per i propri animali domestici affidati ai parenti durante le vacanze; ora davvero mi sento una criminale, un genitore snaturato che abbandona i figlioletti per sempre! ..eppure continuo a ripetermi che sono meno di 3 settimane, che li lascio in ottime mani e che probabilmente loro passeranno le giornate a ronfare beati e inseguire mosche e palline in giro per la casa vuota -e resa a prova di gatti scemi.


Insomma, qualche piccolo sacrificio per il nostro sogno giapponese, va bene così.

Sulle note di Made in Japan (obviously!), mi diletto nella preparazione dell'ultimo pasto prima dell'inesorabile eco-in-frigorifero, che fa proprio impressione così spoglio. Non può che essere un pasto svuota-frigorifero: insieme ai mitici fagioli in scatola cucinati all'uccelletto, avevo mezzo sedano rapa e una sfiziosa confettura dolce-piccante. Una fresella e via. Benvenuta eco, regnerai incontrastata nel mio frigorifero per tre settimane, goditele ;)





















Sedano rapa alla piastra

con confettura dolcepiccante alle clementine

1 sedano rapa
2 cucchiai di salsa di soia
1 cucchiaino di tahin
succo di limone qb
semi di zucca qb
2 cucchiai di olio di semi di sesamo



Pelare il sedanorapa e lavare accuratamente. Il mio era molto grande, perciò l'ho tagliato a metà e poi affettato a fette spesse circa 4mm. Scaldare una piastra, versare un goccio di olio di sesamo e diffondere uniformemente aiutandosi dal pezzo più spesso di sedano rapa infilzato su una forchetta. Iniziare a grigliare da entrambi i lati. Passare ancora l'olio per la seconda tranche. Preparare un'emulsione con succo di limone, salsa di soia e tahin. Quando le fette sono ancora calde, pennellare con l'emulsione, disporre su un piatto da portata e cospargere con i semi di zucca tostati.
Servire con salsa di clementine e bruschette (nel mio caso, freselle).











...e voi preparatevi alla carrellata di foto giapponesi, fra tre settimane ;)
a presto, mondo occidentale!



mercoledì 26 marzo 2014

Danubio dolce con Fiordifrutta ai mirtilli

Scrivendo questo post dolce, mi viene da pensare ai sapori che inconsciamente ci riportano a casa.
Non parlo tanto del gusto personale, da cui nemmeno Freud saprebbe cavarci una dissertazione antroposofica sul collegamento fra piacere del cibo e personalità; anche se quello che ci piace ci etichetta irrimediabilmente su certe rivistuncole "se ami il cioccolato amaro hai avuto un'infanzia infelice - se ti piace la carne al sangue sei una persona sexy" e baggianate del genere.

Mi riferisco al sapore dei popoli, a quel boccone che noi introduciamo in bocca e diamo per scontato, perché da noi si mangia così, si cucina in quel modo, si condisce tanto così e si serve con quel contorno lì. In Europa, con le dovute differenze, siamo abbastanza assortiti, tanto da gustarci un croissant per colazione o una paella per cena, senza trovarlo insolito né curioso.

Ma quando le distanze si allungano, le cose cambiano. Le abitudini cambiano.
In Giappone, per colazione, niente croissant né fette biscottate, ma pasta, pesce, riso, miso, alghe e fagioli. Tutto strepitoso, ottimo, buonissimo. Mi chiedo solo se il mio palato (che si bulleggia un po' di essere fusion, ma in realtà di matrice italianissima), a lungo andare rifiuterebbe questa nuova proposta di sapori scatenando la rivoluzione delle papille, oppure si arrenderebbe placidamente all'irresistibile fascino dell'alga all'agro e accoglierebbe come nuova casa base la cucina del Sol levante.

...rileggo quello che ho scritto e mi rendo conto che manca una premessa: fra 2 settimane io e Merlino partiamo per il Giappone, finalmente! Il viaggio di nozze strambe è stato molto atteso, studiato e preparato nei dettagli, ma adesso ci siamo... E inevitabilmente, inizio a pormi quesiti di questo genere.
Perciò vi chiedo perdono, se vi ho egoisticamente coinvolto in una spirale di congetture senza capo né coda!




Il trip mentale è partito proprio da questo danubio dolce, che mi sono mangiata ieri mattina con il solito tazzone di orzo bollente. Ho pensato che fra poco più di due settimane probabilmente mi starò mangiando un piatto di udon per colazione. Adoro gli udon, ma per quanto possa andare sciorinando il mio amore per la cucina orientale, non posso nascondere che questa cultura non fa parte di me. Sarà una piccola sfida con il mio palato.
Quindi, le possibilità sono due:

tornare con una voglia di ciccia e brufoli da scorpacciate all'italiana;
tornare trasformata dentro e fuori e desiderare solo riso al miso per tutta la vita.

Si accettano scommesse. Intanto, facciamo il pieno di comfort food... non si sa mai ;)





Danubio dolce con Fiordifrutta ai mirtilli
(vegan e con pasta madre)

150 g di pasta madre rinfrescata da 10 ore
200 g di farina W260 Garofalo (per lievitazioni fino a 24 ore)
100 g di farina di farro integrale
200 ml di latte di riso
50 g di malto di riso
35 g di olio di semi di girasole
un pizzico di vaniglia in polvere
un pizzico di sale

150 g di Fiordifrutta RdA ai mirtilli *
2-3 cucchiai di latte di riso per la copertura

Scaldare il latte per qualche secondo, versarlo sulla pasta madre e scioglierla. Lasciare coperto per mezzora. Aggiungere il malto, la vaniglia e, poca per volta, la farina bianca. Sciogliere il sale nell'olio, versarlo poco a poco nell'impasto e continuare a impastare. Infine, la farina di farro e impastare sulla spianatoia vigorosamente, fino ad ottenere una palla morbida ed elastica, non troppo appiccicosa. Ungere una ciotola di ceramica e lasciarvi la palla fino al raddoppio, coperta da pellicola.

Riprendere l'impasto e stenderlo sulla spianatoia infarinata, usare il mattarello per ottenere uno spessore di circa 1 cm. Con l'aiuto di un coppapasta medio piccolo (oppure un bicchiere) coppare dei dischi fino ad esaurire la pasta. Prendere la confettura e metterne un cucchiaio al centro di ognuno. Per me è stato molto facile perché ho usato le bustine monouso del Fiordifrutta a mo' di sac à poche.
 


Chiudere i cerchi creando delle palline, senza lavorarle però coi palmi, ma cercando di chiudere i bordi con i polpastrelli.
Adagiarle nello stampo tondo o ovale foderato da carta da forno, tenendoli distanziati di almeno 1.5 cm.
Lasicare lievitare almeno un'ora al riparo da correnti d'aria.


Scaldare il forno a 190°. Con l'aiuto di un pennello, bagnare tutta la superficie con poco latte di riso.  Cuocere per circa 15 minuti, poi abbassare a 170° e terminare la cottura.
Quando è ancora caldo, sulla superficie è possibile passare un velo di malto di riso sciolto in poca acqua calda, per lucidare. Personalmente, non amo troppo la lucentezza.





* Mi sono lanciata con le confetture bio Rigoni di Asiago! A parte il fatto che il Fiordifrutta è privo di zucchero e che è frutta biologica, mi ha attirato un sacco il formato monodose (30g) in praticissime bustine. Spero tanto che qualche bar colga la palla al balzo e le prenda in dotazione, perché per chi mangia vegan è davvero dura fare colazione fuori in Italia.. E pensare che pane e marmellata è la cosa più semplice del mondo! Le bustine sono davvero pratiche per spuntini fuori casa, ottime sul pane di segale - confermo per assaggio effettuato ;)